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Eugenio Cirese

 

 

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Un rito antico

Nelle fredde giornate d’inverno, tra dicembre e gennaio, quando aliti di vento ti portano l’odore della neve lontana, la quiete del paese viene squarciata al mattino dalle urla di un maiale caduto nella trappola: blandito da semi di granturco agitati in un secchiello, esce dalla stalla, ignaro del destino che l’attende dopo un solo anno di vita; i semi cadono sul selciato, il muso si sporge a mangiarli, il tradimento si consuma: il bastone uncinato di un uomo lo arpiona, lo trascina, mentre altri lo afferrano per le zampe e lo fanno cadere sul dorso, nonostante gli strappi violenti di difesa, i vani tentativi di svincolarsi. E’ questo il momento di maggiore concitazione, quello in cui la tensione, sino ad ora frenata, mascherata, esplode nelle voci, negli ordini, nei movimenti, negli incitamenti che si susseguono disordinati.

Intanto le urla di dolore, di spavento, di rabbia della bestia squassano l’aria, attraversano i vicoli e le piazze, raggiungono case vicine e lontane, vanno dappertutto, come fanno da noi solo le campane. Ragazzi curiosi accorrono verso l’insolito spettacolo, guidati dai ruggiti della vittima, che, una volta immobilizzata, viene sgozzata con il coltello più lungo e appuntito di cui si dispone, re scannatore. Fiotti di sangue sgorgano intensi, recuperati con solerzia da una donna, intrufolatasi nel parapiglia con un tegame tra le mani; il sangue sarà mescolato a zucchero, cacao, pezzettini di buccia d’arancia; diventerà il “sangue dolce”, cotto lentissimamente dentro un tegame di creta, sulla brace, “girato” a lungo con un cucchiaio di legno dalla mano paziente della nonna, per l’ingordigia dei nipoti.

Altre volte il maiale riesce a liberarsi con uno scossone, prima d’essere atterrato; fugge goffo e impazzito, rincorso dalle bestemmie, da uomini e donne nelle vie del quartiere, dalle risa dei ragazzi che tifano, senza dirlo, per la vittima sacrificale, momentaneamente mancata.

Di una sorta di sacrificio, infatti, si tratta, tanto che non si devono indirizzare parole di pietà al maiale (“povera bestia”), altrimenti l’agonia si allunga. Prima di essere sistemato su un pianale di tavole, l’animale va smorzando gradualmente le grida e, dopo un ultimo grande fremito, esala l’ultimo respiro (stenne re tjaccare – stende le zampe).

Sollevato e sistemato sul pianale, si procede rapidamente a rasarlo con coltelli affilati, con spezzoni di un vecchio falcione, sulla scia dell’acqua bollente versata con perizia e attinta di continuo con la brocca di ferro smaltato dalla chettora, avvolta dalle fiamme, dal fumo, dai vapori, poco più in là.

Al fuoco, gagliardo e crepitante, è addetto un anziano, che l’alimenta con ceppi, ramaglie e rinforzi di paglia. Paesani di passaggio si fermano qualche istante, invocano S. Martino a mò di saluto, come si fa ogni volta, quando si vuole augurare abbondanza; gli uomini, curvi sulla vittima, si levano per un attimo di respiro, di risposta, di distensione, sorridendo all’amico sopraggiunto.

Ora la tempesta è passata e qualche gallina s’avvicina di soppiatto a beccare i semi di granone, rimasti a terra come un ricordo, in mezzo al sangue dei primi fiotti, ora leccato da un cane guardingo e discreto.

Accuratamente rasato sin nel muso, nelle orecchie, nelle zampe, con vecchi rasoi da barba, il maiale viene appeso per le zampe posteriori ad un palo orizzontale, tramite i suoi stessi tendini, cui è stato applicato “re gammegliere”, un ramo d’olmo robusto, opportunamente lavorato e destinato esclusivamente a quest’uso, una volta all’anno.

Il maiale viene decapitato, la testa appesa più in là come un trofeo, ad un muro, ad un albero. Viene quindi squartato e liberato dalle viscere con movimenti lenti e sicuri, ovvero con mano contadina. Le budelle vengono consegnate in un unico grande blocco alle donne, quasi predestinate a sbrogliarle e lavarle con gesti e azioni rituali, accompagnati e allietati da confidenze, sussurri, allusioni e cronache sugli ultimi eventi del paese.

Per gli uomini è giunto il momento delle scommesse e delle sfide bonarie: indovinare il peso del maiale. La stadera emette la sentenza. Il sacrificio s’è concluso, comincia il banchetto, la festa; la tavola sovraffollata, ma c’è un posto per tutti, grandi e piccoli, nel calore di affetti antichi e recenti.

Angelo Sardella