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Ricordando un amico

Una beffa del destino….! Questa la sensazione che si prova pensando a Tonino, un uomo che ha giocato con grinta i suoi giorni, i suoi anni, la sua vita. Ancora bambino, le circostanze di guerra gli sottrassero suo padre, in un mondo, allora, fatto di ristrettezze e difficoltà quotidiane, ovvero “sacrifici”. Il destino lo aveva sfidato troppo presto, ma la risposta fu forte e commisurata: Tonino lasciò il suo piccolo paese, Chiauci, e seguì la via che migliaia e migliaia di Molisani avevano tracciato, la grande lunga via dell’emigrazione, verso regioni vicine prima, verso l’estero poi, dove iniziò a costruire la strategia di adattamento alla vita: combattere, perseverare, aguzzare l’ingegno, prodigarsi nel lavoro, tratti che l’hanno accompagnato per l’intera esistenza e lo hanno reso, in parte, anche duro, burbero.

Ma era solo un’apparenza, un’urgenza di difesa, perché sotto la scorza, era celata una sana, generosa tenerezza, un’antica timidezza. Il primo contatto con lui non era sempre facile: veniva d’impulso all’attacco, così come aveva nei confronti del destino, spiazzando l’interlocutore, che non sapeva, non poteva sapere… Subito dopo, però, si scioglieva, e mostrava la sua interiore mitezza, la sua umanità, il suo calore. Così molti, superato il primo impatto, ci si affidavano: lo “avevano capito” e ora lo cercavano per la determinazione e la disponibilità che manifestava, rassicuratrici come quelle dei padri di un tempo, severi ma buoni. A Castropignano reduce dalla Svizzera, trovò la compagna della sua vita ed il lavoro definitivo, quello di dipendente comunale, che abbracciò con passione, con intensità, come parte stessa della sua vita.

E’ stato infatti punto di riferimento costante per colleghi e amministratori, nella ricerca di soluzioni a piccoli e grandi problemi, una sorta di jolly, come nel gioco delle carte; queste amava in modo particolare, com’è consuetudine da noi. Il gioco gli faceva rivivere emozioni e confronti, come in uno specchio simbolico della vita. Nel gioco poneva tutta la sua perizia, come nel lavoro; quest’ultimo egli suggeriva di apprendere con occhio sempre attento:”l’arte si ruba!”. Conobbe più volte il gusto della vittoria, talvolta la sconfitta o l’umiliazione, cui non reagì, potendo, con la vendetta, ma col silenzio ed il sorriso, dando lezioni di vita! Inevitabilmente a contatto con le turbolenze di un paese difficile, fu capace di conservare “decoro” nei rapporti con il “nemico”, o l’amico distratto, inducendo con i fatti a riflettere sull’idea del perdono. Riusciva infatti ad andare”al di là”, e a conservare la parte nobile di un rapporto, senza il risentimento e la riottosità che attraversano non di rado la nostra comunità.

Ai colleghi rivolgeva, discreto, quando necessari, inviti convinti a stare “ngriazia de Ddija” ed evitare conflitti sulle cose piccole e vane della vita. Esortava pure al rispetto delle gerarchie, non per sottomissione, ma per le ragioni di principio che muovono al bene comune. Ogni tanto, tra una pratica e l’altra, levava una breve intonazione di un canto napoletano, eco di un’adolescenza dai distacchi prematuri, lontano dagli affetti familiari. In questi giorni la sua avventura si è conclusa, ma molti, moltissimi lo hanno voluto salutare ed accompagnare per l’ultima volta esprimendogli una chiara testimonianza di stima e affetto. Angelo Sardella