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CAMINA

Da ‘n coppa all’uorte
Sembrava na formica
Pe ru tratture.
Annanze e arrète
Matina e sera:
a scegne la matina,
a renchianà la sera
sudate e stanche,
la zappa ‘n cuolle
e pède nnanze pède, tranche tranche.
Zì Minche, è calle.
Frische è a ru sciume.
Zì Minche, è fridde3.
Zappe e me scalle.
D’estate e dentr’a volerne,
sempre la stessa via,
iesse, la zappa e la fatìa.
Na vota l’anne
‘n coppa a le spalle
Nu sacchitte de grane:
la tozze de pane.
La zappa pe magnà.
Lu pane per zappà.
Può na bella matina
Zì Minche sbagliatte la via,
pigliatte chella de Santa lucia
purtate a quattre.

CAMMINA

Da in cima all’orto (dall’alto dell’orto)
Sembrava una formica
Per il tratturo.
Avanti e indietro
Mattina e sera:
a scendere la mattina,
a risalire la sera
sudato e stanco,
la zappa in collo (sulle spalle)
e piede avanti piede,
piano piano.
Zio Menico, è caldo.
Fresco è il fiume.
Zio Menico, è freddo.
Zappo e mi scaldo.
D’estate e dentro l’inverno,
sempre la stessa via,
lui, la zappa e la fatica (il lavoro).
Una volta all’anno
In cima alle spalle
Un sacchetto di grano:
il tozzo di pane.
La zappa per mangiare,
il pane per zappare.
Poi una bella mattina
Zio Menico sbagliò la via,
pigliò quella di Santa Lucia (il cimitero di Castropignano)
portato a quattro.

 

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Personaggi - Eugenio Cirese

Eugenio Cirese nacque il 21 febbraio 1884 a Fossalto dove visse fino al 1911 quando la famiglia si trasferì a Castropignano. Maestro elementare in Molise dal 1904 al 1915, fu poi Direttore didattico e Ispettore scolastico a Teano, Avezzano, Cittaducale, Rieti, Campobasso e poi di nuovo a Rieti dal 1940 alla morte, 8 febbraio 1955. Una vita per la scuola, di cui “Gente buona” è non solitario prodotto, e che strettamente si lega agli altri suoi amori profondi: i canti del popolo, il dialetto, la poesia, la buona gente della sua terra. Cominciò tra il 1910 e il 1915, anni interamente molisani, con Canti popolari e sonetti, Discurzi di cafoni, Ru Cantone de la Fata.

Poi, pur legandosi intensamente ai suoi nuovi luoghi di vita, continuò fuori terra: militare a Macerata dal 1915 al 1919, con Su spire e risatele del 1917; ad Avezzano, tra il 1920 e il 1932, con Rugiade (ed in quegli anni scrisse versi che musicò, come Canzone d’atre tiempe che Ferruccio Ulivi “udì recitare ex abrupto da un dialettale nell’anima, Francesco Jovine, con un gusto che assomigliava a protettiva tenerezza”); di nuovo in Molise, dal 1937 al 1940, pubblicò le prose dialettali di Tempo d’allora; tornato a Rieti – con la cooperazione di tutta la scuola elementare, maestri e maestre, scolari e scolare – realizzò la prima raccolta di canti popolari di quella provincia, pubblicata nel 1945 e di recente ristampata; poi, rompendo un lungo silenzio poetico che durava dal 1932, per la spinta di Ulivi pubblicò nel 1951 i versi molisani di Lucecabelle, limpido frutto d’una nuova stagione poetica che continuò con la raccolta postuma di Poesie molisane, e che attirò l’attenzione della più alta critica letteraria nazionale, da Pier Paolo Pasolini a Giorgio Caproni o Eugenio Montale: “un animo sensibile e toccato da una vena pura di canto”, come di lui disse Carlo Bo. Ma il Molise portato nel cuore ebbe in quegli anni reatini anche un altro monumento: la raccolta dei Canti popolari del Molise di cui nuovamente fu coautrice la scuola, quella della sua terra, stavolta.

Il primo volume comparve nel 1953 (il secondo fu postumo, 1957): e cominciando proprio di lì il lavoro per il suo Canzoniere italiano, Pasolini scrisse che in quell’opera era “inclusa e onnipresente una biografia”, quella del Molisano, “disegnata con tratti il cui valore assoluto nessun volume di etonologia o sociologia… potrebbe uguagliare”; ed è appunto ciò, secondo Pasolini, quello “che fa di questa oggettiva raccolta un libro personale, com’era personale la raccolta toscana del Tommaseo o la raccolta piemontese del Nigra”. Ma il 1953 fu anche l’anno di inizio dell’ultima impresa: la rivista “di storia e letteratura popolare” La Lapa che ebbe subito respiro internazionale (fu la prima a pubblicare in italiano uno scritto di Claude Levi-Strauss) ma che non per questo perse le radici dialettali e molisane. L’articolo di apertura, Quasi un programma, si chiude con una frase che tra parentesi dice: “Sono tornato quast’anno dopo molto tempo al mio paese sul fiume. E il fiume e i tramonti stanchi e quel castello che distrugge poco a poco se stesso e il passato lanciando nel Biferno macigni delle sue mura, e quel domandare senza voce che ti insegue per i sentieri e le strade, hanno dato una malia di volo alle memorie, liberato dall’angustia il luogo, dalla magia, il tempo, ripopolata la solitudine e raccolto nell’attesa il crepuscolo sereno”. Nel 1991, per iniziativa dell’Istituto Eugenio Cirese di Rieti, con il patrocinio dell’Università del Molise e con il contributo delle amministrazioni provinciali di Rieti e di Isernia, l’editore Cosmo Marinelli ha ristampato La Lapa, due annate di Eugenio Cirese più la terza postuma.

Sei anni dopo, con il patrocinio della Amministrazione provinciale di Campobasso, l’editore ibernino Marinelli ha poi pubblicato due volumi intitolati Oggi domani ieri che raccolgono tutte le poesie in molisano di Eugenio Cirese e vi aggiungono le musiche ed altre pagine sul dialetto, la poesia e il Molise. Nel 2000, a Toronto, col titolo Molisan poems, Luigi Bonaffini ha pubblicato per le edizioni Guernica la sua traduzione in inglese del volume postumo del 1955 Poesie molisane, e l’ha accompagnata con la traduzione del saggio su Eugenio Cirese di Luigi Biscardi.

Oggi la ristampa di Gente Buona riconferma il legame riconoscente che unisce il Molise a chi vi fu scolaro, maestro di scuola, raccoglitore di canti e poeta. Poeta del Molise, come è scritto sulla sua tomba, e sull’intestazione della strada che fu di zì Minche, a Castropignano. CAMINA Da ‘n coppa all’uorte Sembrava na formica Pe ru tratture. Annanze e arrète Matina e sera: a scegne la matina, a renchianà la sera sudate e stanche, la zappa ‘n cuolle e pède nnanze pède, tranche tranche. Zì Minche, è calle. Frische è a ru sciume. Zì Minche, è fridde. Zappe e me scalle. D’estate e dentr’a volerne, sempre la stessa via, iesse, la zappa e la fatìa. Na vota l’anne ‘n coppa a le spalle Nu sacchitte de grane: la tozze de pane. La zappa pe magnà. Lu pane per zappà. Può na bella matina Zì Minche sbagliatte la via, pigliatte chella de Santa lucia purtate a quattre.