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Ze Angelone

 

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Personaggi - Ze' Angelone

Se n’è andato “zè Angelone”, questa volta per sempre, non in America. Circa due anni fa morì la moglie e, rimasto solo, i figli pensarono di portarlo con loro in Canada, dove è morto di recente. Tutti lo ricordano, perché, nelle piccole comunità come la nostra, sono più numerosi i personaggi che le persone e Zè Angele era un personaggio! Suo malgrado lo era divenuto ancor giovane, quando sopravvisse alla ritirata di Russia durante la 2^ guerra mondiale; si era ridotto a pesare 39 chili, egli che, sino alla vecchiaia era rimasto quasi un gigante, una quercia, dalle spalle solide e diritte come un giovane atleta. In paese tutti lo hanno conosciuto per la sua forza eccezionale, operaio degli anni ’50 e ’60. Nella nostra cultura, nelle nostre comunità, a quei tempi la forza fisica aveva ancora un significato primordiale, si traduceva in prestigio, potere, più spesso in prepotenza, violenza. Non valeva per lui: era un Ercole buono, gioviale; una giovialità, una allegria discreta, che ha conservato sino agli ultimi anni della sua vita.

Chi non ricorda il suo parlare discreto, pacato, paterno, quando giocava la sua partitella a carte, a tressette? Se il compagno sbagliava nel gioco, rimaneva tranquillo e glielo faceva notare con voce ordinaria, quasi sussurrando anzi, al contrario di quanti divengono burrascosi se non inferociti in simili circostanze. Lo stesso faceva se osservava altri giocare: interveniva da educatore saggio ad esprimere la sua. Da vero modello. Negli ultimi anni era stato socio e frequentatore del locale “Club 2000”, dove amava, come al bar, giocare a carte. Ne scendeva ciascuna con gesti misurati, con una sorte di candore infantile, come compiendo un atto solenne. Ogni tanto interrompeva, doveva interrompere: alcune boccate di fumo appena fuori dalla porta, la sigaretta, spenta con due dita innanzitempo e riposta in tasca, il rientro, in attesa della scadenza successiva. Giungeva poi l’ora di tornare a casa per la cena, non prima non dopo di un’ora stabilita che avvertiva dentro. Si alzava, esitava, in attesa di un momento di stasi tra le tante voci, poi salutava muovendo nell’aria la grande mano, accennando ad un sorriso sul viso aperto; solo allora si girava e s’avviava all’uscita. Da noi, si sa, siamo rimasti in pochi, spesso ci si ritrova da soli, in particolare gli anziani! Egli non ne soffriva e ogni giorno, se non trovava compagnia, andava a passeggio da solo. Verso la “Becchetta” o “La Cava”. Allora lo vedevi gioioso, quasi fanciullesco, cogliere palline da rami di quercia e lanciarle divertito sulla strada, il più lontano possibile, in gara con se stesso. Altre volte brandiva una bacchetta nel pugno e fustigava l’erba sul lato della strada, colpendo improbabili insetti, presenze maligne, forse fantasmi del passato, come la miseria di un tempo, vissuta da lui, come da tutti. Non amava ricordare i tempi in cui si conviveva con i pidocchi, con la fame, con la sofferenza; ma un giorno accettò di raccontare la sua storia sul ghiaccio delle pianure russe, la sua lunga marcia nel vento, nella neve: “Fioccava di continuo, mentre ognuno cercava la sua strada, il suo destino, e rincorreva – rincorso – la salvezza.

Si procedeva come sbandati, ognuno per proprio conto, o per gruppetti, come cani smarriti. Ogni giorno una tappa, da un paese all’altro:20, 25 chilometri e così per circa un mese… Verso sera picchiavamo alle porte delle case dei paesi per un giaciglio, del cibo, un po’ di caldo intorno alle grandi stufe delle isbe; ci siamo salvati per la bontà della gente russa, dei civili. L’indomani riprendeva il tormento; ogni tanto qualcuno cedeva, cadeva, urlava un aiuto impossibile da compagni altrettanto fiaccati… Una mattina, alle 4, ci svegliò la padrona di casa che ci aveva ospitati in due la notte: bisognava fuggire, la polizia stava compiendo rastrellamenti! Uscimmo da una finestrella, fuggimmo. Non ci saremmo salvati se quella gente non ci avesse aiutato, tutta gente buona!. Zè Angele sopravvisse. Aveva sconfitto il grande freddo, ne rimase vaccinato, non soffriva i rigori dell’inverno, infatti, e, quando girava per le vie del paese, indossava solo la giacca grigia, su una camicia a quadri, in testa il basco (d’estate e d’inverno), come pochissimi ormai. Quando compariva col grande cappotto pesante, capivamo che era arrivato veramente il gran freddo. L’ultimo messaggio ci giunse dal lui dal Canada, a natale del ’99: due, tre righe ondeggianti, a caratteri grandi; gli auguri a tutti gli amici del circolo. Non sapevamo, allora, che era il messaggio di addio di un uomo al quale la Storia aveva negato di restare bambino in una terra dove non crescono palline di quercia…

Angelo Sardella